Il disturbo d’ansia generalizzato. Alcune precisazioni

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Il disturbo d’ansia generalizzato. Alcune precisazioni

La diagnosi clinica è senza dubbio un punto di riferimento importante per comprendere sia l’eziologia di una patologia, come per il disturbo d’ansia, sia gli effetti farmacologici. La posizione della psicoterapia, in particolare quella analitico transazionale, lavora su più concause.

Tratto da Neopsiche 5 – Carla Giovannoli Vercellino

L’ansia, come la depressione, l’attacco di panico, ecc., sono sintomi di un disagio psichico che può essere sia strutturale (per esempio un Disturbo di Personalità) o funzionale (per esempio come il Disturbo d’Ansia Generalizzato).

Per quanto già premesso il quadro eziologico dell’ansia sembra aver acquisito una considerevole complessità. I principali fattori costituenti di tale patologia si possono così sintetizzare:

1.un aspetto genetico;

2.un’influenza evolutiva (dell’ambiente arcaico);

3.un modellamento o apprendimento culturale;

4.una percezione-convinzione dell’individuo rispetto alla sua identità;

5.elementi specifici di tipo copionale.

La comorbilità riscontrata tra ansia e depressione da un punto di vista clinico, confermata dall’effetto positivo degli psicofarmaci, può avere un riscontro anche psicologico. Infatti, esiste in tale forma di patologia un fondo depressivo di autosvalutazione, sfiducia, timore di non essere all’altezza. Alcuni ricercatori (Bogetto, Pezzina, Maina, 2006) indicano una percentuale alta di comorbilità fra il 30 e il 90 % che non copre però totalmente le varie situazioni. Secondo la mia esperienza, raccogliendo le riflessioni relative ad una trentina di casi trattati direttamente o in supervisione, il Di-turbo d’Ansia con tutte le sue connotazioni di irrequietezza, di “fare” molto, anche se in modo confuso, ma comunque di agire, non sempre è accompagnato dal ritiro dall’azione, dalla vita, con apatia, abulia, rimpianto del passato come nel disturbo depressivo. Ci possono essere casi, invece, in cui la sindrome depressiva è prevalente su quella ansiosa ed allora anche l’approccio psicoterapeutico deve essere diversificato.

Raccogliendo alcune considerazioni su questa patologia, anche da un punto di vista eziologico, sull’efficacia o meno di alcuni interventi, la ricorrenza di certi elementi comuni, si può giungere a formulare una sorta di “strategia” di intervento. Ferme restando le fasi terapeutiche del processo analitico transazionale, il punto di riferimento teorico, le tecniche via via adottate o adottabili, una strategia non vuole essere altro che una riflessione a priori sul trattamento per ricercare possibili punti focali e poter quindi scegliere, in caso affermativo, alcuni interventi piuttosto che altri con più successo e minor tempo. Ciò non deve essere assolutamente uno schema fisso, applicabile automaticamente, magari denominato “il copione della persona ansiosa”, ciò è pienamente scorretto da un punto di vista teorico (il valore della individualità per l’analisi transazionale è irrinunciabile), inoltre rischia di rendere il terapeuta disattento rispetto al qui ed ora (relazione terapeutica) per applicare una strategia pre-ordinata che risulterebbe disfunzionale proprio perché tale, perciò, inefficace e poco producente.Quindi che valore possono avere queste “strategie” possibili?

Esperienze di trattamenti, letteratura, possono costituire stimoli di riflessione, di indagine, e sono utili nel singolo caso solo se conservano la caratteristica della plasticità, duttilità e relativismo nell’ambito delle continue diversità intersoggettive.

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